Chianciano
29ma ASSEMBLEA NAZIONALE DEI VERDI
CHIANCIANO TERME
18-20 LUGLIO 2008
MA I VERDI ESISTONO ANCORA?
E’ la domanda che mi sento fare un giorno si’ e l’altro pure, girando l’Italia. La gente mi chiede “Ma che fa Lei, adesso?” Rispondo che sto preparando l’Assemblea dei Verdi e loro ribattono, ad occhi sgranati, con la domanda fatidica:“Perche’, ci sono ancora i Verdi? Ma non erano finiti ?”
E’ da qui, da questa domanda, che mette crudamente a nudo una “unconvenient truth”, una verità scomoda – per dirla con AL GORE - che dobbiamo ripartire, che questa 29esima Assemblea deve ripartire. Qualcuno di noi - non solo la vox populi - ma anche alcuni tra noi, pensano che la debacle elettorale del 14 aprile scorso abbia segnato la fine di un ciclo, la fine della nostra storia.
Lo dico con le parole di uno dei fondatori dei Verdi, Giampaolo Silvestri, lo dico con le sue parole - come sempre pungenti e cogenti - perché non so trovarne di migliori.
Se siamo al crepuscolo, sostiene Giampaolo, dobbiamo pronunciarci “contro un accanimento terapeutico senza senso” e prendere atto che “un capitolo di storia è finito: questo soggetto oggi non è piu’ adeguato a rispondere alle sfide sempre piu’ alte, sempre piu’ difficili e pressanti che il pensiero e la pratica ecologista pongono. Nulla di tragico - continua Silvestri - i partiti sono strumenti, quel che conta è il fine e a quello nessuno abiura, anzi , la realtà ci parla quotidianamente delle sua necessità.”
Ecco, questo è il punto: noi siamo stati spazzati via solo dal Parlamento, dopo vent’anni di ininterrotta presenza, oppure siamo stati spazzati via anche dalla Storia? Apparteniamo senza possibilità di sconti alla storia del secolo e del millennio scorso o siamo parte integrante della vicenda planetaria di questo Terzo Millennio, cosi’ inquietante e insieme stimolante?
A seconda della risposta che vorremo dare insieme a questa cruciale domanda, potremo decidere se darci per morti, rassegnarci alla nostra fine o tentare un guizzo finale, e con la forza della volontà superare gramscianamente il pèssimismo della ragione, dichiararci di nuovo vivi e continuare la battaglia sotto le nostre bandiere.
Sottolineo sotto le nostre bandiere, perché è indubbio che ognuno di noi continuerà a combattere per l’ambiente, per i diritti, per la pace, per i temi che sono stati per vent’anni il nostro tessuto connettivo, ma la domanda è se serva ancora, se ha ancora senso, farlo INSIEME, SOTTO QUELLA BANDIERA…..
LA COMPARSA DEL CIGNO NERO
Per tentare di rispondere, scelgo la metafora del cigno nero. Tutti sappiamo che i cigni sono, per antonomasia, candidi. Se d’improvviso un esemplare nero si materializza tra i tanti bianchi, ci sentiamo spiazzati,colti di sorpresa, beffati.
“Il cigno nero” è appunto il titolo di un libro ,molto commentato in questo periodo in ambito internazionale, firmato dall’economista e filosofo libanese Nassim Taleb, professore di Scienze dell’Incertezza all’ Università del Massachussetts. Il saggio si occupa di “eventi e scenari che nessuno prende in considerazione” e che ci costringono ad abbandonare/ricostruire le nostre categorie mentali e le prassi consuete.
Il 14 aprile scorso il ‘cigno nero’ ha fatto la sua comparsa sulla scena della politica italiana: i risultati delle elezioni, per quanto ci riguardava, rappresentavano esattamente l’UNICA ipotesi che non era neppur lontanamente stata presa in considerazione, quella cosi totale da spazzarci via dal parlamento e forse- ripeto- dalla Storia.
Centinaia di riunioni, analisi, sondaggi, partoriti da coorti di politologi, intellettuali,maghi delle proiezioni e degli exit polls. E NESSUNO, dicesi nessuno, che sia stato capace di intravedere quel che sarebbe accaduto: la comparsa, appunto, del cigno nero.
E’ la beffa della realtà che sfugge a ogni tentativo di ingabbiarla dentro categorie prestabilite, il soffio di vento repentino che gira la pagina del libro nelle nostre mani. Una beffa tragica, ma salutare.
Salutare perche’prima di tutto ci costringe all’umiltà, dote assai poco diffusa in politica, ci obbliga al riconoscimento che la complessità del reale- purtroppo ma anche grazie al cielo- non puo’ essere racchiusa dentro nessuna ideologia o forma-pensiero. Ci sorprende e ci sorpassa. Spesso,ci lascia indietro.
Ma è salutare anche perche’ in ogni dramma c’è la catarsi, o almeno la possibilità di cogliere,dentro ogni evento negativo,l’appiglio che permette la risalita, la rinascita. Purchè ci si renda conto, come scriveva Einstein, che “ nessun problema puo’ essere risolto usando lo stesso approccio che l’ha prodotto.”
Un evento straordinario, fuori schema, richiede una risposta straordinaria, anch’essa fuori schema. E’ questa risposta straordinaria – letteralmente fuori dall’ordinario, fuori dai percorsi abituali e rassicuranti- che ci viene chiesta oggi, qui,
Nessuno s’illuda, nessuno si autoinganni: mai ,nei vent’anni della nostra giovane storia, noi Verdi abbiamo passato un momento cosi’ difficile.Davanti a noi non c’è una strada in salita, ma una parete verticale.
IN CRISI PER ECCESSO DI SUCCESSO?
Eppure - e questo è il paradosso che riguarda solo noi, è il nostro inedito, particolare destino, che non tocca nessun altro partito o schieramento - mai come in questo momento i nostri temi-chiave, a cominciare dal famoso matrimonio tra ecologia ed economia con cui tanto vi ho afflitto in questi anni, mai come oggi ambiente, clima, beni comuni, diritti, sono in cima all’agenda politica mondiale. Anche grazie a noi, verdi e ambientalisti di tutto il mondo che tanto abbiamo lottato - a lungo solitari, osteggiati, spernacchiati - affinché l’ambiente non fosse piu’ un capitolo aggiuntivo, ma il perno intorno a cui avvolgere la dimensione economica, sociale, culturale.
Oggi sono tutti, a parole almeno, ambientalisti. Da Sarkozy a Lula, dalla Merkel a Blair, persino il riluttante Bush, in quest’ultimo – e deludente - vertice di Hokkaido si proclamano paladini dell’ambiente. Salvo poi a smentirsi prontamente nella prassi, come ha fatto il presidente USA che, tornato in patria, ha cassato qualunque tentativo del congresso di darsi norme sul climate change.
. Noi, che per primi e soli abbiamo predicato il verbo ambientale quando era eresia , oggi siamo di fronte alla sua trasformazione in ortodossia.
Se siamo in crisi, paradossalmente, è per eccesso di successo. Avevamo ragione noi, anzi, il nostro torto è di avere avuto ragione troppo presto.
E per questo oggi siamo in una crisi inaudita, forse destinati a finire. (e, please, tenete conto che ci è andata bene, da che mondo è mondo gli eretici finiscono al rogo e noi l’abbiamo scampata…..si’ certo, si è acceso qualche rogo mediatico, Alfonso ne sa qualcosa, ma nel complesso…)
Forse non siamo piu’ necessari, proprio perche’ tutti ormai parlano d’ambiente e i nostri temi, un tempo Cenerentole accanto agli imponenti camini della Politica mondiale, siedono oggi in panni regali in ogni vertice, ogni riunione, ogni politica congrega.
E dunque, se tutti ormai parlano d’ambiente e d’ambiente si occupano, che bisogno c’è dei Verdi e degli ambientalisti? Non dovremmo ritenerci appagati del nostro ruolo di antesignani, di quelli che hanno suonato il campanello d’allarme per il XXI secolo ( per riecheggiare il titolo di uno dei libri piu’ famosi di Aurelio Peccei, fondatore del Club di Roma nei primi anni Settanta) ? E,ora che abbiamo trovato ascolto , non potremmo ritirarci in buon ordine con la coscienza a posto, lasciando ad altre e piu’ potenti forze politiche la gestione della transizione verso il cosiddetto sviluppo sostenibile?
Siamo ancora utili o no, a Madre Terra, alla comunità dei viventi sul pianeta.—esseri umani, animali, piante, i nostri fratelli minori che con noi dividono la casa terrestre e che solo noi, per tanto tempo, abbiamo considerato degni di essere non solo oggetti, ma soggetti della Politica, in quanto membri della POLIS, della comunità vivente, appunto? Siamo ancora chiamati a ‘dare voce a chi non ha voce’- ricordate ,lo slogan con cui ci siamo presentati alle prime elezioni politiche vent’anni fa- oppure possiamo consegnare le armi con onore, perché abbiamo fatto la nostra parte ed è tempo che tutti gli altri facciano la loro?
BASTA MANTRA, ABBIAMO BISOGNO DI VERDI VERITA’
SI,SI,SI,SI. C’e’ ancora bisogno di noi, come prima, piu’ di prima. Siamo, anzi- potremmo essere ancora utili se… (al SE torno dopo, ora mi concentro sul perche’).
Siamo ancora utili perche’ tutti sappiamo che il verbo ambientale, la formula ‘sviluppo sostenibile’ (che già contiene una contraddizione ‘in se’, nella sua definizione) viene usata quasi sempre come un ‘mantra’, ossessivamente ripetuto in tutte le conferenze, convegni,documenti ufficiali e cosi’ via, solo sporadicamente tradotto in pratica.
Anche ora che la tremenda minaccia del cambiamento globale obbligherebbe tutti a un drastico cambio di rotta, il mondo non vuole rinunciare al mito della crescita illimitata, pur sapendo che il pianeta ha risorse limitate, pur sapendo quanto sia drammaticamente cogente la frase di Marx “ i prodotti sono natura trasformata”( e dunque, una volta finita la foresta è finito il legname, una volta finito il petrolio e l’uranio rischia il crollo la mobilità planetaria e cosi’ via. )
La tiepida, tiepidissima strategia messa in campo a Hokkaido dai cosiddetti ‘grandi della terra’ (mai tanto minuscoli, indicibilmente non all’altezza della situazione) dimostra che ormai tutti sanno, ma pochi vogliono o possono agire e reagire con politiche davvero in grado di garantire la sostenibilità.
Così, la politica mondiale in tema d’ambiente, e non solo, potrebbe essere racchiusa nella impietosa ma, ahinoi quanto veritiera, massima del poeta latino Orazio: “Video meliora probaque, deteriora sequor”. Come lui, vediamo le cose migliori e buone da farsi, ne riconosciamo la saggezza e l’urgenza, ma perseguiamo quelle deteriori e, con esse, la nostra condanna.
Perché gli interessi in campo sono troppo forti, perché la dimensione economica- anzi, quella pseudofinanziaria cui il mercato l’ha ridotta negli ultimi decenni- prevale su qualunque altro valore o parametro, perché l’inerzia culturale è troppo forte, perche’ il salto di qualità della coscienza collettiva, imprescindibile per mettere in pratica un ambientalismo autentico, è stato compiuto solo da una minoranza, magari ragguardevole in termini di numeri e di qualità, ma pur sempre minoranza.
BUSINESS AS USUAL, ANZI PEGGIO
E dunque si continua business as usual, anzi peggio che as usual. Ci si accontenta di una mano di ‘greenwashing’ e/o di una conversione piu’ o meno fasulla al cosiddetto “ambientalismo del fare”, che non di rado fa rima e si traduce, nella versione nostrana, in ambientalismo dell’AFFARE. Insomma, ci si limita ad un’aggiustatina al presente modello di sviluppo insostenibile, rinunciando alla carica rivoluzionaria che l’ambientalismo autentico contiene rispetto ai paradigmi della crescita. E’ l’ambientalismo addomesticato, quel che va per la maggiore, ridotto spesso a puro mantra.
Basta un’occhiata a due o tre grandi questioni perennemente irrisolte, anzi peggiorate, che tengono banco nella politica mondiale, ponendo grandi richieste di cambiamento puntualmente inevase. Basti pensare alla crisi alimentare, che qui non delineo nei dettagli perché troverete nella nostra mozione un inizio di analisi che insieme dovremo approfondire.
Mi limito ad aggiungere, cosa che nella nostra mozione non figura ed è una lacuna da colmare, che noi abitanti del mondo ricco non possiamo piu’ rimandare una scelta drastica in fatto di regime alimentare.
Dobbiamo ridurre nettamente il nostro consumo di carne, visto che l’industria mondiale delle carni si è ingoiata il 40% delle terre coltivabili del pianeta ed è legata a filo doppio alla distruzione delle foreste – in particolare quella amazzonica, dove nei primi mesi di quest’anno c’è stata un’impennata dell’11% in piu’, non ultimo dei motivi che hanno spinto alle dimissioni la nostra Ministro dell’Ambiente Marina Silva. Per non parlare del contributo alle emissioni di gas serra date dal dilagante allevamento del bestiame (18% secondo uno studio FAO): ricordiamoci che per produrre negli USA mezzo chilo di carne a base di mangimi , l’industria degli allevamenti usa quattro litri di benzina, oltre mille litri di combustibile fossili per il consumo medio di carne di una famiglia media , calcolato in 118 kg, con un rilascio di anidride carbonica in atmosfera pari ad oltre 2,5 tonnellate!
E invece di diventare tutti, o in tanti, davvero VEGETARIANI o quasi, utilizziamo i cereali che sarebbero preziosi per sfamare tanta parte di umanità per nutrire mucche e maiali, con esiti disastrosi sull’ambiente, sulla povertà, sul ciclo costi-prezzi.
In uno studio ONU del 2006 intitolato “Livestock’s long shadow:Environmental issues and Options”, risulta che nel solo 2002 sono diventati mangimi per bestiame ben 670 milioni di tonnellate , pari piu’ o meno ad un terzo della produzione mondiale di cereali.
Per non parlare dell’impatto dei biocarburanti, che alla faccia della sostenibilità ambientale e sociale da noi giustamente richiesta, stanno facendo fuori milioni di ettari di ecosistemi spesso preziosi (durante la Conferenza di Bali del dicembre scorso noi Verdi presenti siamo stati portati a vedere con i nostri occhi i disastri che le grandi estensioni di oil palm stanno producendo in Indonesia, dove in pochi anni il 90% delle swamps, zone umide sono state spazzate via , piantagioni che erodono le terre ancestrali delle popolazioni indigene e portano in cambio ben poco benessere perché i salari dei lavoratori sono quasi sempre minimi e i loro diritti trascurati).
Stretta nel duplice dilemma ‘food versus feed ‘ (produzione di cibo o di mangimi?) e di ‘meal versus wheel’ (sfamare gli umani o nutrire le automobili?) la governance mondiale non ha sinora dato risposte adeguate a nessuno dei due corni del problema.
Tanto è vero che in 22 paesi, dal Camerun al Burkina Faso,dal Messico all’Indonesia, l’impennata dei prezzi dei prodotti agricoli (piu 45% negli ultimi dodici mesi) ha provocato tensioni sociali, l’aggravarsi dell’insicurezza alimentare e della povertà. Si tenta – ancora! Ma allora è un vizio- di far ritornare dalla finestra gli OGM espulsi (parzialmente) dalla porta, con la scusa che potrebbero essere la soluzione alla fame mondiale, mentre noi sappiamo- non lo sto a ripetere qui, tra noi, che abbiamo per molti anni fatto della lotta agli OGM la madre di tutte le battaglie- che si tratta di una beffa cui si aggiunge un tremendo danno per milioni di piccoli agricoltori del pianeta e per la natura contaminata.
Consapevoli di tutto questo, non sarebbe il caso, per noi Verdi, di rilanciare con forza la battaglia sugli OGM e per la sicurezza alimentare e di passare dalle parole ai fatti (simbolici, ma anche i simboli hanno il loro valore) decidendo che d’ora in poi, a cominciare da questa assemblea, TUTTE le nostre iniziative saranno vegetariane o a basso consumo di carne? E fare di questa pratica una bandiera? Mi piacerebbe una delibera in questo senso, sarebbe un bel segnale.
VECCHIO ATOMO, NUOVI NO
Business as usual, anzi peggio che as usual, anche sul fronte della sfida energetica.
Certo, anche qui, ci danno ragione, dopo tanti anni passati a predicare nel deserto, sul fronte della necessità di promuovere con decisione il risparmio, l’efficienza energetica, le rinnovabili .
Ma non si rinuncia, per il periodo di transizione utile ad uscire dall’era dei combustibili fossili, all’opzione nucleare che anzi rispunta più forte di prima, in versione buonista, perché non produce gas serra. Solo noi, e pochi alleati, ricordiamo tutte le ragioni del NO, tutt’altro che ideologiche, anzi eminentemente pragmatiche, sul fronte ambientale, economico, di difesa della pace.
Non sto a ripeterle, queste nostre nuove e vecchie ragioni, perché qui siamo tra addetti ai lavori: voglio solo rispondere ai tanti cantori dell’atomo, soprattutto a quelli nostrani- da Scajola a Chicco Testa- che vorrà pur dire qualcosa se un signore chiamato Warren Buffet , investitore principe di Wall Street ,ha dichiarato che il nucleare ‘non ha senso dal punto di vista economico.”
Dichiarazione che gli è costata ben 13 milioni di dollari, spesi nel 2007 per verificare se fosse o no conveniente comprare una centrale nucleare in Idaho: grazie NO, ha risposto Buffet, cui certo non possono essere imputate simpatie ambientaliste, non conviene. Punto.
Secondo il governo Berlusconi e i tanti fautori del nuovo nucleare (annidati,come sappiamo, anche tra gli ambientalisti del ‘fare’) conviene. A loro certo si, se si considera che ,come scrive Jeremy Rifkin, c’è “un piccolo sporco segreto” in questa rinascita della fissione. Un piccolo sporco segreto che sta nel fatto che l’enorme costo del ciclo nucleare - (destinato a crescere per l’aumento del prezzo dell’uranio, disponibile per soli 30-50 anni, nonchè per il decommissioning e per il trattamento delle scorie, finora irrisolto nonostante gli 8 milioni di dollari investiti inutilmente nel presunto deposito americano di Yucca Mountains)- questo enorme costo viene di fatto a pesare sulle spalle dei cittadini, dati i forti incentivi statali che le imprese del settore ricevono per poter dare il via e mantenere nuovi impianti.
Insomma, il nucleare - come tutte le grandi opere volute e decantate dal governo Berlusconi - è una grande greppia per pochi, un grande bluff per tanti. Questo il motivo del suo appeal, altro che le sue presunte virtu’ ecologiche!!!! Il Nostro NO è sacrosanto, lo ripetiamo e lo ripeteremo con forza!
E questa, ça va sans dire, è una storica battaglia verde da rilanciare, nel momento in cui il centrodestra non solo sta promuovendo l’atomo, ma sta distruggendo a gran velocità tutte le conquiste da noi faticosamente inanellate nelle Finanziarie del Governo Prodi (ricordo: 1,5 miliardi di euro in piu’ per difesa dell’ambiente e lotta al riscaldamento del pianeta) e le misure prese in materia dal Ministero dell’Ambiente .
E sarebbe bene su queste conquiste, davvero importanti, rinfrescare la nostra stessa memoria per poter rispondere a tono a chi ci dice “Ma che avete fatto in questi anni al governo? Non avete fatto niente!” Un’altra delle false accuse.- ne abbiamo ricevute a raffica, basti pensare alla questione rifiuti in Campania, li’ davvero abbiamo toccato l’apice- da cui dobbiamo difenderci con molto piu’ vigore, convinzione, con numeri e fatti alla mano, passando alla controffensiva, molto piu’ di quanto non si sia fatto sinora. Non basta difendersi, dobbiamo contrattaccare su questi terreni!
DIVERSO, STRANIERO, DUNQUE NEMICO
E non solo per quel che riguarda i temi ambientali, ma su quello dei diritti umani e civili, presi a sassate dal corrente governo e dalla cultura dominante, in un’Europa e un’Italia che vanno sempre e sempre piu’ ‘naturalmente’ alla deriva verso la destra piu’ becera, rozza e compiaciuta di sé che ci sia stato dato conoscere in questi decenni.
La vergogna delle impronte ai bambini Rom, un orrore che ha colpito persino uno non esattamente tenero di cuore come il governatore del veneto Galan, per la tremenda valenza simbolica e per gli echi storici terribili che evoca. Per non parlare della totale inutilità di tale operazione: si pensasse invece a strategie di integrazione dei bambini rom, a mandarli a scuola, a strapparli alla mendacità coatta, a farli sentire partecipi della comunità in cui vivono, invece di registrarli come futuri delinquenti e inchiodarli a questo loro nero destino, come farfalle in punta di spillo!
E la vergogna, la pena di quegli immigrati appesi alle gabbie di tonno, di quelle mattanze umane che ogni giorno segnano il nostro Mediterraneo, spesso accolte dalla piu totale indifferenza di tanta parte del popolo italiano, dimentico dei nostri padri e nonni che hanno, neppure tanto tempo fa, conosciuto e subito lo stesso destino di migranti! In questo paese la memoria è in estinzione piu’ del Panda e cosi’ sembra in estinzione l’umana capacità di compassione, di condivisione.
Giustamente , la nostra mozione nota che l’analisi della società attuale “ci racconta un processo di individualizzazione e frammentazione sociale senza precedenti , un fenomeno che liquida il valore della solidarieta”. A a favore – aggiungo io - del mito piu’ pervicace ,insieme e a quello della crescita illimitata - che conquista e illude la nostra società: il mito del vincente, di quello che scala da solo, con qualunque mezzo e senza scrupolo alcuno, il top della piramide.
E che, giunto là in cima, tutto puo’ permettersi, compreso lo smantellamento pezzo su pezzo dello stato di diritto, devastazione che procede spedita, basti pensare alla nuova raffica di leggi piu’ ad personam che mai, alla faccia dei principi costituzionali e del monito, ahinoi, sempre piu’ desueto .La Legge è uguale per tutti.
Anche qui , dovremo trovare una vena di protesta e di azione politica in sintonia con l’indignazione di tanti cittadini, ma evitando sia i toni circensi risuonati in alcuni momenti della manifestazione di Piazza Navona, sia quelli troppo blandi dell’opposizione PD: su questo non mi soffermo, perché tanti tra noi, molto piu’ esperti di me sul tema , potranno dare il loro contributo in questa assemblea.
Ritorno invece al concetto-.chiave della solidarietà negata e svanita, perché se ancora c’è un tratto distintivo tra destra e sinistra, sicuramente è legato proprio a questo principio che è stato storicamente la linfa vitale della sinistra.
Ritorno a leggervi un passaggio della nostra mozione che affronta il cuore del problema:
“E’ invece proprio dalla solidarietà che dovrebbe dipanarsi una comune narrazione politica,capace di far sentire i propri bisogni come comuni ai bisogni altrui. Questa crisi di senso ha ripercussioni non solo sulle culture politiche che fanno dell’agire collettivo il centro della propria azione politica ,ma anche sull’ambientalismo e sull’ecologismo, che non sono una fede o una religione, ma una cultura politica che deve basarsi su una solidarietà proiettata nel tempo.
Le contraddizioni ambientali – osserva la nostra mozione- si danno in due forme estreme: o hanno una collocazione assolutamente stringente nel tempo e nello spazio (qui ed ora, nel mio territorio) ma isolatela una riflessione piu’ generale; oppure hanno una dimensione di vastissima proiezione spaziale (il pianeta) e temporale (i prossimi decenni o secoli), dove l’unico vincolo è la solidarietà tra gli uomini e tra l’uomo e il vivente .
Quella crisi di senso produce effetti xenofobi e tecnocratici di enorme rilievo. Se ciascuno si vive come in conflitto con l’altro, il primo altro che si incontra è il diverso, lo straniero, che diventa il nemico. E se ciascuno vive isolato dall’altro, le aspettative dei potenti ,che hanno piu’ forza e piu’ strumenti per determinare l’agenda politica sociale, mediatica e politica, diventano egemoni nel senso comune”. Cosa che è puntualmente accaduta.
Risuona oggi piu’ che mai attuale l’accorato memento di Don Milani: “ Ricordatevi che uscire dai propri problemi individualmente, è egoismo; con gli altri, è fare politica:”
VELINA, CELLULA STAMINALE
Permettemi, sempre in tema di solidarietà naufragata, un rapidissimo passaggio sulle donne. Il femminismo storico, di cui io sono stata tra le antesignane (ero tra le fondatrici della prima rivista femminista ‘EFFE’ nel 1973) aveva elaborato uno specifico filone di solidarietà di genere conosciuto sotto il nome di ‘sorellanza’. Di quel principio e di quella pratica-che tante conquiste politiche,sociali e culturali ha guadagnato per le donne e soprattutto tanta dignità ha loro garantita- non rimangono che macerie.
Non è qui la sede per un’analisi approfondita dei perché e del come è avvenuto questo processo di smantellamento. E’ avvenuto. Con il risultato che non solo siamo tornate indietro rispetto al terreno cosi’ faticosamente conquistato decenni fa, ma siamo anche passate – l’ho detto già varie volte e lo ripeto qui- dalle pari opportunità al pari opportunismo. Per responsabilità degli uomini, ancora tenacemente ancorati ai modelli patriarcali nonostante lo sforzo di essere, in teoria, politically correct (almeno a sinistra, a destra non lo fanno neppure, questo sforzo) ma anche per complicità delle donne. “ A metà vittima, a metà complice”, scriveva Jean Paul Sartre sul frontespizio del famoso libro di Simone De Beauvoir “Il secondo sesso”: da li’ dovrebbe ripartire una seria analisi della condizione femminile oggi, non dalle invettive contro le Carfagne o Brambille di turno. Perché il problema non è questa o quella persona-donna- le storie personali vanno sempre rispettate- ma il modello dominante a cui queste si rifanno.
E il modello dominante oggi, con buona pace del femminismo d’antan, quasi sconosciuto alle giovani del terzo millennio, è appunto il modello velina. Guardate, la velina è come la cellula staminale. Se una è dotata da madre natura di adeguata attrezzatura e di una certa disinvoltura nella gestione della medesima, una volta divenuta velina, puo’ fare tutto, appunto come si fa con le staminali: puo’ fare l’attrice, la conduttrice televisiva, la sposa del calciatore o del briatore (minuscolo, anche lui è una categoria) e , nuovi territori di conquista, udite udite, anche la parlamentare e il ministro. Il tutto visto come normale, scontato, acquisito.
C’è da stupirsi poi se le dodicenni si fotografano nude nei bagni delle scuole e vendono le foto ai coetanei? Potrebbe essere il primo passo verso un ministero…. Guardate, questa nuova e avvilente condizione femminile, piu’ che recriminazioni ,invettive ad personam e indignazioni spesso ipocrite ( veicolate magari dagli stessi media che tanto si adoperano per la diffusione del modello velina) richiede un’impietosa diagnosi- che nessuno finora ha neppure tentato di fare, tranne qualche sopravvissuto gruppo di femministe, ma nessuno ha POLITICAMENTE tentato di fare. Spero che tra le donne verdi, soprattutto le giovani, questo mio brevissimo flash possa essere uno stimolo per cominciare noi questo lavoro, andando oltre le polemiche e lasciandoci alle spalle la retorica sulle pari opportunità,sulle quote rose, su tutte le pezze piu’ o meno variopinte con cui cerca di coprire una realtà deprimente. Anche qui, finalmente, sarebbe il momento delle verità scomode.
IL LATO DEBOLE DI UN PENSIERO FORTE
E, sempre a proposito di dure verità, andiamo a mettere il dito nella piaga. Credo di avere risposto alla domanda : Siamo stati cacciati fuori anche dalla Storia? con un deciso ‘No, anzi” e al quesito “ C’è ancora bisogno di noi, sul pianeta e in questo paese?” con un consolante ‘Si’. Cui va aggiunto ,ahinoi, un SE. E sottolineo SE, come nella canzone di Mina.
Il nostro posto nella Storia non ci viene regalato, dobbiamo guadagnarcelo. Il bisogno di verdi, di ambientalisti non si perpetua in maniera automatica: altri possono soddisfare e nutrire, nelle variopinte versioni più o meno edulcorate cui abbiamo accennato, l’indubbia esigenza collettiva di tutela della natura, degli animali,dell’ambiente e della qualità della vita. NON E’ UN NOSTRO MONOPOLIO.
E meno male che non lo è. Il nostro obiettivo primario è sempre stato quello di contagiare il resto della società con la nostra eresia e di farla diventare ortodossia. Se oggi questo è avvenuto, se milioni di persone vivono ‘verde’, perché stanno adottando stili di vita, propositi e ‘format’ ambientalisti nel loro vivere quotidiano, non c’è che da rallegrarsi. Se altre forze politiche, sociali ,culturali ed economiche fanno proprio il verbo verde- sia pure con tutti i limiti e le distorsioni che abbiamo elencati, il primo e piu’ grave la non rinuncia al modello di crescita- il merito è senz’altro anche nostro. Abbiamo seminato, e i frutti stanno crescendo. Il raccolto sarà in parte da buttare, perché è contaminato da dosi massicce di ‘ambientalismo transgenico” , ma in parte sarà non inquinato e potrà essere nutrimento di una nuova civiltà.
Fondamentalmente, il nostro ruolo, oggi, potrebbe e dovrebbe essere quello di CUSTODI di un ambientalismo autentico, capace di conservare e di far dilagare in questo nuovo modello di futuro tutta la forza della nostra radicalità.
TUTTA LA FORZA DEL NOSTRO PENSIERO FORTE.
Ma siamo grado di farlo? Siamo all’altezza della sfida?
Ahinoi, dobbiamo riconoscerlo: ESISTE UN LATO DEBOLE DEL NOSTRO PENSIERO FORTE, E QUESTO LATO DEBOLE SIAMO NOI.
Perché, vedete, ai Verdi, agli ambientalisti viene richiesto qualcosa in piu’ rispetto ad altri partiti, ad altri schieramenti politici. Ci viene richiesto non solo di diffondere il nostro messaggio, ma di incarnarlo.
Noi dobbiamo ESSERE il nostro messaggio, il piu’ possibile, per quanto è umanamente possibile. Se il nostro elettore, già fidelizzato o potenziale, si rende conto che piu’ che alla salvezza del pianeta miriamo alla salvaguardia della nostra poltrona, che ci intimorisce piu’ la perdita di questo o quell’incarico che lo schianto dei ghiacci in Antartide, che il rogo elettorale ci incupisce piu’ che i fuochi della foresta amazzonica- insomma, che non c’è un a dignitosa coerenza tra il dire e il fare dei verdi- perché dovrebbe votarci, scusate? Certo, poi magari non ci vota ugualmente ( e abbiamo tanti esempi in questo senso, tipo i comitati che ci usano ma poi non ci votano comunque, anche quando ci siamo comportati in modo impeccabile).
Ma al di là del consenso elettorale, l’etica del nostro agire politico è per noi un MUST e non un OPTIONAL non solo per l’immagine che diamo agli altri,per l’immaginario collettivo, ma anche e soprattutto perché è il baluardo su cui si posa la nostra autostima, l’immagine che noi abbiamo di noi stessi. IL RISPETTO CHE ABBIAMO DI NOI STESSI. Guardate, se cade questo, se noi stessi sappiamo che ci autoinganniamo, che siamo i primi a non credere alla nostra missione o a crederci troppo blandamente, viene meno la tensione ideale ,la capacità di comune visione, di comuni battaglie, il senso di appartenenza a un NOI, piu’ alto e piu’ ampio. Ognuno ricade nel recinto del proprio IO, e li’ soffoca.
COSTRUIRE IL NOI: NON UN OPTIONAL, UN MUST
E’ questo il cruciale SE cui accennavo prima, il SE che sta come la pietra di volta a sostegno della costruzione, l’unica che puo’ davvero impedire il crollo finale: il senso del NOI. Se riusciamo a ricostruirlo, le terapie elencate nella nostra mozione (nei quattro capitoletti finali da “Una nuova fase per i verdi” a “Una nuova organizzazione”)potranno svolgere il loro ruolo terapeutico, se non riusciamo “non credo che ce la faremo“
Dicevo nel 1999, quando sono diventata coordinatrice dei Verdi- e poi l’ho sempre ripetuto come un filo conduttore- che il principale difetto dei Verdi era quello di essere “ una gran bella collezione di IO, ma senza un NOI”. Oggi potrei dire, con amarezza, “una mediocre collezione di IO, tuttora senza NOI”.
E’ arrivato il momento di fare autocritica collettiva e di riconoscere che anche noi, ieri e oggi, ci siamo fatti contaminare e corrodere da questi meccanismi, da questi vortici. Chi piu’, chi meno, qualche rara avis per nulla, ma generalmente siamo diventati troppo come gli altri. Nelle parole desolate di una militante ligure, Anna Stramigioli, siamo stati e siamo “troppo simili a troppi.” Una rinuncia alla differenza, alla diversità che suona come una resa, un approdo alla politica politicante poiché troppo difficile è il navigare nel mare della politica alta. Sorte che condividiamo con tanta parte della sinistra e del centrosinistra – e motivo non ultimo del collasso della coalizione- questo venire meno delle identità politiche, della tensione etica- Ma questo non è motivo di sollievo, non possiamo prender rifugio nel “mal comune, mezzo gaudio”. A noi viene chiesto di piu’ e di piu’ dobbiamo dare.
Ora, se guardiamo alla nostra storia ventennale, vedremo che questo noi è apparso e comparso, in modo altalenante, nella nostra storia, in qualche momento di grazia ha scintillato, poi si è appannato nelle miserie della politica bassa. Oggi non è solo augurabile, ma è tassativo riscoprirlo e consolidarlo perché è l’unica via d’uscita dal tunnel: o moriamo tutti insieme o tutti insieme torniamo a vivere. Percio’ la parola d’ordine è quella di kennediana memoria: non chiedetevi cosa il partito puo’ fare per voi ,ma cosa voi potete fare per il partito. DARE e non PRENDERE è l’imperativo categorico. Se ognuno di noi pensa solo a spolpare l’osso fino all’ultimo, portandosi a casa i residui e i frammenti rimasti, siamo perduti.
Non solo la parte nobile in ognuno di noi, ma anche un sano e intelligente egoismo dovrebbe farci capire che se TUTTI DIAMO TUTTO, energie, capacità, soldi (si, anche quelli, poi ne parliamo) per ricostruire il partito, tutti ne beneficeremo. Altrimenti se prevale l’egoismo della furbizia rispetto a quello dell’intelligenza, non ci sarà “trippa pei gatti”. Per nessun gatto. Ipotesi che per noi animalisti dovrebbe essere traumatica….
Corollario di questi primi due punti, spiacevole per alcuni, musica per le orecchie di altri, è che dobbiamo allontanare o scoraggiare la permanenza nei Verdi di quelli che io chiamo “i furbetti del partitino” (e del ministero), gli opportunisti di professione, gli yesmen e i servi che i meccanismi del potere inevitabilmente attraggono e che hanno avuto molto, troppo spazio nel partito negli ultimi anni. E’ il momento che i furbi vadano a casa e che si lascino avanzare gli intelligenti, le persone competenti, per bene, integre, che in questo scorcio della nostra storia sono stati non di rado umiliati, messi da parte e non valorizzati come meritavano.
Terzo elemento che è imprescindibile per la risalita è la riorganizzazione del partito che dovrebbe passare attraverso un diverso reclutamento (fine delle “signorie delle tessere” e lancio di un sistema, che dovremmo pensare nei dettagli, che garantisca l’impegno autentico e non strumentale di chi aderisce); un rilancio della presenza territoriale legata alle battaglie e ai risultati più che al consolidamento dei “feudi” locali; meccanismi di elezioni degli organismi di partito che lascino davvero spazio e gioco politico alle minoranze e al dissenso; individuazione trasparente e partecipata delle candidature per tutte le cariche istituzionali che mettano in primo piano la competenza, il rigore, la serietà, i risultati ottenuti e non l’appartenenza a questo o a quel clan, la fedeltà personale (spesso interessata) a questo o a quell’esponente politico; contributi finanziari straordinari e graduati secondo i ruoli o gli incarichi che permettano di mantenere gli attuali livelli di occupazione e di rilanciare le nostre iniziative e battaglie.
Non è il caso di entrare nei dettagli, ma sono tutti obiettivi che dobbiamo porci e conseguire entro un anno. Perché l’orizzonte temporale che ci dobbiamo dare per risalire la parete è appunto UN ANNO: è il tempo di questa risposta straordinaria e di un ritorno, speriamo, ad una normalità che ci permetterà di ripartire con una leadership riconosciuta e consolidata (e, per favore, questa volta che ci sia parità di genere anche al vertice, dopo sette anni tutti al maschile! Quindi uomo/donna alla Presidenza e parità tassativa nell’Esecutivo e nel Consiglio Nazionale) e da un’accurata analisi politica e revisione programmatica per approdare alla Costituente Ecologista che già avevamo deciso di mettere in cantiere.
Questo nell’ipotesi che i risultati elettorali delle europee e delle amministrative del 2009 non siamo nuovamente disastrosi: nel qual caso, ogni forma di accanimento terapeutico risulterà inutile e dannosa e il declino del partito sarà definitivamente sancito (potranno restare in piedi alcuni livelli regionali e locali, si spera il piu’ a lungo possibile, ma con difficoltà sempre maggiori)
Per quanto riguarda, infine, le possibili alleanze, direi che in questo anno di “risalita” l’obiettivo prioritario su cui accentrare tutte le nostre forze dovrà essere quello di rimettere in piedi i Verdi: tutto il resto viene dopo. Per aprire qualunque trattativa con chiunque, bisogna avere la testa alta e la schiena dritta; per andare in qualunque direzione, bisogna avere gambe forti.
Il che non significa che non dovremo tenere aperte le porte e rilanciare il dialogo con le altre forze politiche, ma senza precipitarci in scelte frettolose e dettate dalla disperazione. Si puo’ anche pensare di saltare un turno elettorale, se non si è pronti, piuttosto che ripetere esperienze di biciclette tipo “girasole” o inventarsi escamotages elettorali per superare gli sbarramenti, con risultati fallimentari.
Non dobbiamo avere fretta: anche gli altri partiti e aree politiche sono impegnati in cantieri complessi e faticosi e avranno bisogno di tempo per elaborare le loro risposte politiche alla crisi che ha colpito tutto il centrosinistra.
La rilettura dei mutati scenari politici globali, europei e nazionali richiede tempi lunghi e un lavoro di indagine e approfondimento che deve coinvolgere non solo i partiti, ma – come abbiamo sempre detto - forze della società civile, movimenti, comitati, insomma tutta la costellazione di soggetti che sappiamo (o che non sappiamo e dobbiamo andarci a cercare).
Noi Verdi siamo consapevoli che dentro al partito ci sono anime diverse che puntano in direzioni diverse; ma in questo periodo di transizione dobbiamo restare uniti, compatti e determinati sull’obiettivo comune di far risorgere i Verdi e non promuovere scissioni o divisioni, sia pure in base a scelte legittime e rispettabili.
DIAMOCI IL TEMPO DELL’UNITA’, ANCORA UNA VOLTA. Poi, se il nostro Paese ci farà capire che non ha più bisogno dei Verdi, se non ci sarà più futuro politico per noi, allora ognuno od ogni componente sceglierà la strada che gli sembrerà più consona e più rispondente alla sua visione politica.
Questi mi sembrano gli elementi che dovranno trovare spazio nella nostra mozione e nel nostro congresso. Intorno a parole d’ordine nuove che dovrebbero essere: RIGORE, SPIRITO DI SERVIZIO, SERIETA’, DISCIPLINA. Forse medicine amare, ma per l’appunto medicine.
Se vogliamo guarire - e contribuire a far guarire il nostro malandato Paese e pianeta - il momento richiede a noi per primi quel SALTO DI QUALITA’ DELLA COSCIENZA COLLETTIVA che da tempo richiediamo agli altri.
E adesso, vorrei dirvi qualcosa a braccio, le cose che sento di dovervi dire, dal cuore.
Dicono che io non rappresento il rinnovamento perché non sono “nuova”, sono nei Verdi da tanto tempo.
E’ vero, è evidente che non sono nuova, anzi sono ANTICA.
Sono da 38 anni nell’ambientalismo, quasi sempre con incarichi di volontariato quindi non risponderò – lo dico chiaro – a nessun insulto e nessuna invettiva su questo tema anche perché in genere nel mio radar non intercetto chi vola basso.
Voglio soltanto ricordare che anche quelli che si chiamano nuovi e rinnovatori mi risulta che ci fossero persino prima che arrivassi io.
Detto ciò, in questo partito c’è spazio per tutti e – ripeto – le proposte vengono discusse e approvate da tutti.
Ma a questo punto – pur sapendo di parlare di corda in casa dell’impiccato – fatemi dire che c’è spazio anche per una persona su cui si sono rovesciate giuste critiche e giusti dissensi ma anche troppe accuse fasulle e di comodo, con una specie di “sindrome di Piazzale Loreto”.
Questa persona è Alfonso Pecoraro Scanio, che – pur non essendo obbligato a farlo - si è dimesso.
E non è neanche venuto, in questi giorni, per delicatezza.
Pecoraro sta pagando per gli errori fatti. Ma chiunque sia un amico e non un cortigiano – ed io amica lo sono stata sempre, cortigiana mai – non può trattarlo in questa maniera.
La differenza tra amici e cortigiani e che gli amici le critiche le fanno prima, quando uno è al potere, e non aspettano che sia per terra per sputargli contro.
Io non sono certo Biancaneve, come mi avete soprannominato 8 anni fa. A parte il fatto che Biancaneve era un tipetto abbastanza simpatico, perché è riuscita a farsi amici 7 nani, è sopravissuta alla mela avvelenata e si è anche rimediata un principe azzurro, sia chiaro che io non sono né Biancaneve né la Strega cattiva. Perché io rispetto tutti in questo partito e non ho invettive contro nessuno. Ma pretendo identico rispetto.
Infine vorrei ribadire che garantirò la massima autonomia. Lo farò perché sono così , non perché mi serve o perché mi è conveniente.
Anche perchè questo è il mio ultimo anno da presidente, dall’anno prossimo, infatti, cederò la leadership. Lo farò, e voi lo sapete che sarà così. Come ho fatto nel 2001, andandomene senza che nessuno me lo chiedesse e senza avere in cambio altri incarichi.
Tra un anno, insieme, consegneremo la leadership ad una giovane donna ed un giovane uomo – ristabilendo finalmente la parità di genere – ed io mi potrò occupare di un argomento che mi sta a cuore: le energie del futuro.
In chiusura voglio confermare che – se eletta - garantirò la piena autonomia e il rispetto di tutti, maggioranze e minoranze.
Quando si tratterà di decidere sul più cruciale e difficile dei quesiti – nella fattispecie: le alleanze – per evitare che capiti qualche smemorato che sta in esecutivo, ha un voto, ma poi se lo dimentica senza usarlo mai contro, io coinvolgerò tutti i delegati del Consiglio Nazionale, in una amplia consultazione, anche usando le mail ed il web, per chiedere a ciascuno di loro una opinione precisa. Perché solo in questa maniera si può realizzare una partecipazione reale e non fittizia.
Questo farò se sarò eletta, questo faremo insieme - maggioranza e minoranza - perché ancora una volta noi dobbiamo ritrovare il tempo dell’unità e non dell’unanimismo. Perché se esiste un interesse che ci lega insieme non è certo quello di casta o di convenienza, ma è la passione e l’amore per quella bandiera – il sole che ride - che ci ha visti uniti per tanto tempo nelle nostre battaglie.